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martedì 7 aprile 2009

Comunicare con i grafici

Il mio lavoro spesse volte va di pari passo con il lavoro di chi si occupa di grafica, impaginazione e design. Entrambi sono mestieri creativi e proprio a causa di questa loro creatività farli collaborare a volte risulta difficile.

In questi giorni dovevo passare informazioni a chi doveva occuparsi della parte grafica sul messaggio che un dato documento doveva trasmettere.

Non è una novità per me, ma le solite difficoltà si sono ripresentate. Ho sempre dato la colpa di questo intendimento faticoso al modus operandi delle persone con cui mi relazionavo, sempre le stesse e abituate a lavorare in una certa maniera. Questa volta però mi sono relazionata con persone differenti, ma le dinamiche si sono rivelate le stesse di sempre.

Allora mi sono fermata a riflettere. E sono arrivata ad una conclusione plausibile.

Tutte le volte che mi relaziono con un grafico per spiegare le mie necessità tendo ad applicare il mio approccio alle cose. In quanto comunicatrice, soprattutto su carta, trovarmi davanti alla pagina bianca mi crea ansia e perciò tendo, inconsciamente, ad evitare questa situazione alle persone a cui passo il brief. Perciò solitamente, e anche questa volta, comunico con loro non solo a parole, ma anche visivamente, fornendo un modello, uno schizzo di quello di cui ho bisogno con l’intento di rendere la mia spiegazione più efficace all’ottenimento del risultato.
Credo invece che questo sia un grave errore. Così facendo in qualche modo limito l’innata e spregiudicata creatività del mio interlocutore che puntualmente mi offre una copia lievemente rivista di quello che gli ho mostrato.

Insomma, ho capito che il mio modo di agire, rivedendo, ricostruendo e dando nuova vita a quello che già esiste non funziona con i grafici che invece hanno bisogno di inventare per primi per essere più efficaci e brillanti.

mercoledì 4 febbraio 2009

Nessun perché, nessuna domanda

"Ad un certo punto ho improvvisamente cambiato strada, senza sapere il perché. Invece di proseguire dritta come al solito, al semaforo ho svoltato a destra.
Mi sono chiesta perché e ho pensato che se era successo ci doveva pur essere, un perché. Lo trovo dopo 20 metri: una casa di riposo.
Parcheggio ed entro. Non conosco nessuno e nessuno mi conosce. Ci si confonde bene in una casa di riposo all'ora delle visite. Mi siedo ad un tavolo e osservo.
Non c'è nessuna ragione per cui io abbia fatto questa cosa, nessuna.
Mi si avvicinano due vecchietti, mi chiedono se si possono sedere al mio tavolo, dico di sì. Sono una coppia, sposata da 58 anni, un'eternità.
Non mi chiedono nulla, nessuna domanda, mi prendono per mano e iniziano semplicemente il loro racconto. Non mi chiedono perché sono lì, cosa ci faccio, da dove vengo, cosa cerco. Non mi chiedono nulla e per me è un sollievo: non saprei cosa rispondere.
Sono felici e lo trasmettono. Non c'è niente in quel momento che mi faccia pensare all'abbandono, alla tristezza, alla malinconia che una casa di riposo può trasmettere.
E' un momento di scambio, scambio di esigenze. Loro hanno bisogno di qualcuno che tenda l'orecchio e io di ascoltare.
E' stato molto più spirituale del mio viaggio in India."

Questo uno stralcio della conversazione di ieri con la mia amica Corinne.

Mi ha colpito l'incontro delle esigenze, la possibilità di trovare nella semplicità della quotidianità una risposta alle proprie inquietudini. Una comunicazione che ha raggiunto il suo scopo, nonostante fosse inconscio.